IL BLOG DI PEDRO

momenti di vita fermati qui

Il ravaneto

Certe notti mi risvegliano ricordi e da uno di questi l’ amico Vincenzo Pardini ha trovato l’ ispirazione per un bel racconto.

IL RAVANETO

Smontate, le ruspe venivano portate in cava coi camions. Enormi, non sarebbero passate dalla strada. Giunte sul luogo di lavoro vi restavano prigioniere. Fra loro e gli uomini si creava una sorta di  alleanza: quella della fatica e del silenzio, a cui s’aggiungeva una sottintesa rassegnazione  alla fatalità; per i cavatori era normale morire di un incidente o sotto  un masso. Ad averli abituati così erano, forse, i colori del marmo e del cielo, là più limpido che altrove, mentre il marmo restava bianco, immune da polvere o altro. Non ancora ventenne, Matteo Torani voleva andarsene dal suo paese dove, tutto, lo annoiava e lo indisponeva. Coi genitori aveva un rapporto conflittuale, iniziato sin dall’adolescenza. Apprensiva, la madre gli impediva  di uscire insieme ai coetanei. Il  padre era invece autoritario, pronto a reprimerlo e  imporgli cosa dovesse fare. La sua infanzia era trascorsa triste e solitaria e avrebbe voluto dimenticarla, ma non vi riusciva. C’erano delle oscurità che gli s’erano insinuate nella mente e nella pelle come accade a quei paesaggi dove non arriva il sole.  Le oscurità si facevano più fitte allorché si trovava a casa. In particolare la domenica, quando veniva a far loro visita una vecchia zia, sorella della nonna. La quale stava sempre zitta prorompendo, d’improvviso, nel pianto. Allora, contorte come tralci di vite, si metteva le mani sul volto. Nessuno le diceva nulla, perché non si sapeva il motivo per cui piangesse. Ma ora, lui  stava sempre meno in famiglia. D’estate, finita la scuola, lavorava come saldatore in un’officina. S’era comprato una vespa usata. Partiva al mattino e tornava alla sera. Il viaggio  di ritorno gli dava sollievo. L’aria nei capelli e negli occhi lo ricompensava della costrizione della fiamma ossidrica che brillava al di là della maschera. I suoi sogni correvano più veloci del susseguirsi delle giornate. Voleva che il tempo passasse in fretta, essere adulto. Quando ricominciava la scuola gli sembrava di finire prigioniero alla stregua delle ruspe, alle quali s’era quasi affezionato. Non di rado, insieme al principale, gli aveva  sostituito o saldato i denti delle benne che, a furia di muovere blocchi di marmo, s’erano spezzati  alla stregua di un canino o un incisivo cariato. Momenti di lavoro, di tensione, e di un coacervo di olezzi; a quelli della pelle e degli abiti del principale, che sapevano di grasso meccanico e di lisciva, si aggiungeva quello della stagnatura e del ferro, che aveva  il sentore degli stinchi di bue spezzati dal macellaio con la mannaia. Lavoro finito, la ruspa riprendeva a muoversi come una torre mobile, un congegno bellico che sezionava e ribaltava il terreno. Il suo rombo accelerava: era quando, grattando, la benna  incalzava un blocco che,  dalle verghe, sarebbe scivolato  sui cosciali posti ai lati del pianale del camion; la cabina del mezzo si sollevava per tornare a terra, con un sussulto di lamiera e ammortizzatori, una volta che il marmo ci s’era  collocato con la sua pesantezza. Ruote compresse sul pietrisco, l’autosnodato prendeva a muoversi. Sua nonna gli aveva raccontato di quando,  invece dei camions, erano i carri trainati dai buoi a traslocare i massi, anche fino al pontile di Forte dei Marmi. Nell’ album di vecchie foto ne aveva una, in cui lei, una ragazzina bionda dai capelli ricci, era ritratta vicina a una coppia di bovini dalle lunghe corna; sulla stanga del barroccio  stava a cavalcioni un uomo dalla barba da frate, con alle spalle lo squadro del marmo. Immagini che sembravano vive, forse per via della luce in cui erano immerse. Altre risalivano ai tempi in cui zio Lorenzo, fratello della nonna, lavorava alla lizzatura. L’antico metodo del trasloco del marmo. Nella più grande, si vedeva un blocco posato su degli assi. Intorno c’erano i “mollatori”, ai quali spettava il compito  di allentare le funi avvolte intorno ai  “piri”, confitti nella roccia o nel terreno,in modo che il macigno avesse una discesa senza balzi e scarti. Per questo, gli assi di faggio su cui era stato calato, venivano insaponati. In un cigolio di canapi in tensione, e uno sfregamento lento e scivoloso sui legni, il  blocco scendeva come fosse sopra una  rudimentale slitta;  intorno, le ombre dei lizzatori.  Lo schianto di un canapo poteva far uscire il masso dalla lizza che, spesso,investiva o uccideva i lavoratori. Il candore del marmo  si tingeva di sangue e suonava il “mugnone”.  Con una catena di braccia, il malcapitato veniva trasportato a valle. L’eco del “mugnone”, ch’era una sirena,  sembrava restasse sospeso nell’aria, insieme ai pensieri della gente. Svaniva dopo qualche giorno, ma non andava lontano; permaneva in agguato come il vento o i fulmini. La nonna concludeva dicendogli che, in cima al paese, si trovava ancora la sorgente a cui si dissetava Michelangelo Buonarroti,  di ritorno dalla lizza.  Quando gli occorrevano dei blocchi per le sculture, si trasferiva in  quei rilievi facendo vita coi cavatori. Assisteva di persona all’escavazione, affinché il marmo prescelto fosse  lavorato al meglio con la “subbia”, il “mazzuolo” e il “passetto”. Un giorno rischiò di essere travolto da un blocco mentre, dall’alto, scivolava sui parati. Ma non apparve spaventato. Gli interessava di più sapere se il marmo avesse subito danni.
A Matteo sembrava che anche alcuni abitanti del suo paese fossero  un poco artisti.  Manifestavano,infatti, strani comportamenti. Non di rado incontrava “Il ghiro”, un uomo dalla barba scura e a punta che viaggiava in sella a un cavallo baio. Sebbene abitasse tra quelle case, sembrava un estraneo che giungesse da lontano, oppure che si apprestasse a compiere un viaggio, anche se non si capiva verso dove, visto che più nessuno andava a cavallo. Sovente si fermava a dormire nel mezzo d’una piazza o al margine d’una strada, il cavallo appresso, sciolto. Al risveglio  avrebbero mangiato un tozzo di pane. Una boccata “Il ghiro,” una l’equino. Poi l’uomo gli saliva sopra e s’avviavano, spesso, verso la sorgente di Michelangelo,da cui scaturiva acqua limpida e  fredda. Da lì ci si inerpicava nei sentieri  delle cave, la montagna bianca come  uno scheletro di dinosauro.  Anche lui,  a volte, s’era fermato alla fonte di Michelangelo a guardare il paese che digradava verso la valle alla stregua d’una frana. Al margine, sovrastata da una palma,si trovata la sua casa. Adolescente,  quel paesaggio aveva su di lui un’attrattiva che, adesso, stava venendo meno. Cosa che lo rattristava. Gli sembrava di non avere più un’identità,  come la sua vita stesse già svolgendosi altrove. Dopo “Il ghiro” lo aveva  attirato “Gramsci”. Era alto, corpulento, la faccia simile al vero Gramsci, di cui portava gli stessi occhiali. Nel periodo delle campagne elettorali, girava con la “Bianchina” contrassegnata dagli stemmi del partito comunista e, con voce baritonale, parlava nel megafono. Gran parte del tempo, lo trascorreva comunque dall’amante,una vedova formosa, dai capelli neri, con la quale aveva in comune un branco di capre, spesso al pascolo nei prati. Personaggi che aveva veduto fin da bambino, e che gli sembrava fossero rimasti indenni allo scorrere del tempo, mentre lui  era divenuto uomo. Così uomo che, ormai, stava a casa soltanto di notte,ma non sempre. Il sabato poteva accadere che lo trascorresse in discoteca fin quasi all’alba. Abitudine che cominciò a prendere compiuti i diciotto anni, conseguito il diploma di perito agrario. Ma c’erano momenti in cui i ricordi dell’infanzia lo assediavano e, nella  mente, gli passava una sorta di film. Si rivedeva bambino quando  suo padre faceva il necroforo e andava con la nonna a portargli il cibo al camposanto e lo trovava con la testa al pari delle tombe: in un affanno tutto di petto e fronte sudata, scavava una buca,  sovente per la bara di un cavatore  morto nella lizza. Suo padre era un uomo forte, dalla voce severa.  Quando gli insegnava a fare il compito, esigeva che fosse  preciso, specie nel disegno. Poteva così accadere che glielo facesse rifare. Un pomeriggio, sino a indurlo al pianto, volle che disegnasse più volte un  pescecane con la bocca aperta. Poi non lo mandava a giocare con i coetanei. Lo volva adulto anzitempo. Lui ne soffriva e accumulava il malumore della ribellione. Poteva tuttavia accadere che il padre lo portasse a far  visita ai parenti, un cascinale in mezzo ai vigneti. Ci andavano quasi sempre insieme al cane da caccia, che tenevano nell’orto, vicino alla palma. Con Diana, una Setter Irlandese, divenne amico e, spesso, giocavano insieme a palla. Gliela lanciava e lei correva a  riprenderla. Poi  scendevano alla gora che scorreva sotto le case, ai margini del bosco. A giro con Diana, né la madre né il padre l’avrebbero chiamato, tanto  da convincersi che la cagna lo proteggesse. Quando le parlava,  gli veniva accanto, occhi lucidi e bocca aperta. Conseguito il diploma, era divenuto lavoratore a tempo pieno.
Un giorno,  col principale e altri due saldatori, andò sulle alture di Campo Cecina a riparare una ruspa. Nonostante fosse primavera, lassù c’erano nebbia e freddo.  Non più necroforo, ma guardia parco del comune,da qualche tempo vi lavorava anche il padre. Doveva preservare la selvaggina dalle incursioni  di bracconieri e  dai “nocivi”, così erano detti i predatori. Raccontava  che non era lavoro facile. Caprioli, daini e mufloni venivano uccisi non solo dai cacciatori di frodo, ma da torme di cani inselvatichiti i quali non esitavano a manifestare ostilità verso le persone. Aveva dovuto sparargli per evitare che gli venissero addosso. Poi, dopo un secolo d’assenza, erano tornati i lupi. Li aveva sentiti ululare e intravisti dentro i velari della nebbia. Alla pistola di ordinanza, preferiva il fucile. Matteo lo vedeva partire al mattino, lo schioppo in macchina come andasse in guerra.
Lavorare a quell’altitudine non fu agevole.  Dovettero smontare l’impianto idraulico d’una vecchia, enorme ruspa. Avvolti dalla nebbia, e  improvvise folate di vento gelido, Matteo e compagni faticarono assai. Tanto che  per mezzodì non riuscirono a finire. Il titolare della cava li mise a tavola coi suoi operai, per i quali ogni giorno cucinava. Matteo vide che erano  assai diversi dai cavatori  del suo paese. La loro pelle sembrava avesse i colori della nebbia, così gli sguardi. Mangiarono in silenzio, grattando coi cucchiai i fondi dei piatti. Poi tornarono fuori, salutando appena. Anche lui uscì. Gli sarebbe piaciuto vedere il paesaggio. Invece non scorgeva che bruma. D’un tratto gli giunse una voce. Gli sembrò fosse suo padre. Mentre ricomponevano il meccanismo della ruspa la nebbia si lacerò e  comparve un tratto di montagne; aguzze, si stagliavano nel cielo blu. Ma furono attimi.  Sopraggiunsero lembi di nubi che oscurarono il tutto. Tornato a valle, gli parve di essere riemerso da un mondo di ombre; quel mondo che non aveva mai immaginato potesse trovarsi su una montagna, ma nel bassofondo d’una pianura, tra  gli acquitrini. Qualcosa gli era cambiato dentro. Sentiva d’aver instaurato con la vita un nuovo rapporto; e, più forte, s’era fatto il desiderio di emigrare. Sostituita la Vespa con una Renault 4 rossa, il sabato e la domenica sera si spingeva lontano, fino a giungere in una città sfiorata da un fiume talvolta turbolento. Una città antica, che quasi rimaneva nascosta tra gli alberi e che non aveva mai visitato. Lo fece una notte di quella primavera, quando l’aria già profumava di tiglio. Parcheggiata  la macchina fuori da una porta delle Mura, finì in una strada che si diramava in vicoli, alcuni dei quali proseguivano tra le case, altri sfociavano in piazze più o meno grandi dove si ergevano chiese. Una era grandissima,  di marmo, forse preso dalle sue montagne. Non una voce, un rumore.  Solo un canto di civetta. D’un tratto gli giunse  il movimento d’un ciclo:  una guardia notturna che, rapida, disparve. Gli sembrava che il tempo si fosse fermato e sentì qualcosa di sé, qualcosa di indistinto e di profondo,  riversarsi in quell’atmosfera, in quel silenzio.
All’indomani, entrò a lavorare nella ditta un nuovo operaio. Si occupava di coordinare le richieste di manutenzione di ruspe e altro. Era un uomo alto, magro, la faccia segnata da un’espressione contrita, che quando parlava o sorrideva pareva tramutarsi in beffa. Camminava un po’ claudicante e non accelerava mai il passo. Era venuta l’estate e faceva caldo. I camions che scendevano dalle cave riversavano polvere lungo le strade. Bianca come farina,col vento vorticava  ed entrava negli occhi. La sera gli operai facevano le docce. Con stupore, scorse il nuovo assunto andare sotto lo scroscio  saltellando. Dall’armadio degli indumenti, mentre si rivestivano, lo vide prendere uno stinco,  che introdusse nel moncone. Ma non guardò tutta la sequenza. Glielo impedì un senso d’angoscia mai provata. Gli svanirono i pensieri  e udì i  gesti e i soffi, a tratti catarrosi, degli operai. Stava per uscire quando l’uomo, seduto sopra la panca, prese a dire:« Ci si abituata a tutto. Ma non si perdono le sensazioni.  Talvolta mi sembra di avvertire  i movimenti dell’ arto, mai ritrovato. Dovette finire tra i detriti della cava. Lavoravo alla tecchia, nel punto più alto. Ero tranquillo, gli uncini ben saldi, quando si staccò, senza che l’avessi sfiorata, una scaglia di marmo: il tempo di vederla e mi mozzò la gamba  accostata alla parete. Non sentii nulla,assolutamente nulla. Vidi solo uscire uno scroscio di sangue dal ginocchio. Non ricordo altro», concluse  alzandosi con quel suo sorriso. Per qualche giorno, ogni volta che andavano alle docce, Matteo continuò a provare un senso di smarrimento; la menomazione dell’uomo gli pareva un insulto alla vita, una punizione emessa da un dio crudele. Giorni dipoi era intento a saldare, quando gli giunse il suono del  “mugnone”. Tutti    corsero fuori, guardando la strada bianca che portava alla montagna, in attesa di capire  cosa fosse accaduto, le espressioni dei volti contratte;  aggrappati alle vesti delle madri, i bambini stavano immobili e tacevano. Uniche voci, i canti dei galli che, dato il silenzio, si facevano più dirompenti. Matteo pensò che doveva essere così in ogni paese del mondo quando accadeva una calamità. I galli cantavano come avessero voluto estrometterla, esorcizzarla. Giunse l’ambulanza che non potette proseguire  lungo l’erta  della cava: mancava di ruote motrici. Ma dalla curva uscì una Land Rover grigia. Adagiato sul cassone  si trovava un uomo,  la faccia nera come carbone; sangue  rappreso gli otturava le narici e la bocca. Mentre lo trasbordavano sull’ambulanza, Matteo sentì dire che il blocco, che stava segando col filo diamantato,  l’aveva schiacciato  nella parete. Parole  appena spiccicate che si propagavano di bocca in bocca. L’ambulanza    scendeva in mezzo alle case, quando una donna  le sbarrò la strada come avesse voluto assalirla. Un urlo lacerante  traversò l’aria.
La discoteca che Matteo frequentava nei fine settimana si trovava sull’argine del fiume,  talvolta turbolento. Ma, quell’estate, scorreva calmo e limpido. Ragazzi e ragazze ballavano nella pista all’aperto. Matteo si sentiva a suo agio, con una gran voglia di vivere e di rifarsi del passato. Con le ragazze stabiliva un rapporto di sguardi e di intesa che,spesso, si protraeva dopo il ballo. Saliti in macchina, si appartavano e facevano l’amore. Un amore intenso, quasi selvaggio. Ma sentiva che quello non era vero amore. Qualcosa di lui restava inappagato. Tuttavia  quel posto cominciava a divenirgli familiare,  come la città nascosta tra gli alberi, in cui andava, spesso, durante il giorno. Una notte conobbe in discoteca una ragazza diversa dalle altre. Dal suo sguardo traspariva qualcosa d’insolito che gli entrava dentro, turbandolo; uno sguardo di cui provava quasi timore, tanto lo coinvolgeva. Si parlarono quasi senza avvedersene, con la promessa  di rivedersi la settimana prossima.  Tra sprazzi di felicità e inquietudine, gli si insinuò dentro uno stato di ansia. Benché non sapesse chi fosse quella ragazza, sentì che non gli andava di vederla arrivare e partire insieme a degli sconosciuti. La voleva per sè solo. Capì di non avere scampo: doveva rivederla, parlarle. Trascorse la settimana con questo pensiero, sospeso  tra realtà e sogno. Non fosse venuta sarebbe riuscito a trovarla? si chiese il sabato  che andava in discoteca. Tutto sembrava parlargli di lei. Perfino la strada e la segnaletica. Invece si videro e si parlarono. Il tempo scorse in un baleno. Ma lui, di ciò che s’erano detti, più che  le parole ricordava gli sguardi e quello strano fluido che ne usciva e che gli si riversava dentro ora come una sensazione, ora come un presentimento. Si salutarono, scambiandosi i numeri di telefono.
Matteo attendeva il sabato come fosse un premio. Alle tredici, l’officina chiudeva e lo aspettavano due giornate di libertà, che avrebbe voluto trascorrere con la ragazza. Le aveva telefonato due volte, ma senza trovarla. La voce che rispondeva, forse la madre, era insieme gentile e diffidente. Quel sabato mattina l’avrebbe trascorsa a saldare l’ennesimo dente d’una benna.  L’appuntamento col principale era per le nove, sotto il ravaneto, la discarica dei massi residui e degli scarti, a poca distanza dal piazzale della cava, dove si svolge la maggior parte del lavoro e dove si trovava la ruspa. Era una mattina oltremodo limpida. L’azzurro del cielo e il  candore del marmo sembravano quasi in contrasto, come avessero voluto annullarsi a vicenda. Faceva già caldo e l’abitacolo della macchina scottava. Procedeva coi finestrini spalancati. Un pensiero bizzarro gli traversò la mente: il marmo, sotto il sole,  non diveniva  forse mai cocente come le  pietre o la terra. Non a caso aveva il colore della neve e del ghiaccio. Sceso di macchina, guardò attorno. Il principale non era ancora venuto; una vecchia Cinquecento sostava poco lontana, sotto il ravaneto. Qualcuno doveva essere nei paraggi. L’aria sapeva di erbe aromatiche e di polvere rappresa, forse la stessa che… Un’ombra e uno schianto non gli dettero il tempo di finire il pensiero. La vecchia Cinquecento era stava schiacciata da un masso bianco e informe che gli era passato  sopra la testa con la velocità d’un grande uccello  in picchiata. Un’emozione gelida, che non dava modo a nessun stato d’animo di affiorare, gli strinse la mente. Pensò che poteva essere morto, invece era vivo. « E’ già successo che un macigno mi distruggesse l’automobile. Pazienza, ne comprerò un’altra!» disse qualcuno. Un uomo basso e tarchiato gli era accanto e gli sorrideva, l’espressione mite e rassegnata di chi ha consuetudine con la fatalità. Le sue parole gli erano suonate improprie. Tutti i rumori e le voci della terra gli sembrava fossero state schiacciate dal blocco. Salito in macchina,  scese a valle, alla ricerca d’una cabina telefonica. La trovò nel fondo d’una piazza, dove giocavano dei bambini. Introdotti i gettoni, fece il numero della ragazza. Non sapeva cosa gli avrebbe detto. Voleva solo  dare ordine ai pensieri.“Pronto”, disse infine una voce dolce e sensuale. Lui rispose:«Sono Matteo. Volevo dirti che ti amo, che vorrei vederti». Dopo qualche istante di silenzio, che a lui parvero interminabili, lei rispose:«Anch’io!»
Di lì a breve si sposarono. Un matrimonio felice. Matteo si trasferì nella città di lei. Abitavano  in un quartiere di fronte alle Mura sovrastate dagli alberi. Passavano gli anni e Matteo scopriva che tante cose, fuori e dentro di lui mutavano e si perdevano; altre, sconosciute, si accumulavano creandogli nuovi, quanto inaspettati tormenti. Allora  gli sembrava di rivedere il masso del ravaneto col suo sobbalzo d’ombra, col suo schianto in un silenzio senza fine.

Pubblicato sul trimestrale n° 40 “Nuovi argomenti” Mondadori

30 settembre, 2008 - Pubblicato da | Racconti | ,

3 commenti »

  1. Grande Vincenzo, storie molto belle, fatte col cuore e l’anima.
    Complimenti.

    Commento di BunkerMan | 13 ottobre, 2008

  2. Ciao, ho digitato il mio nome e cognome su google e, tra le altre cose, è ucito il tuo racconto e ho così scoperto di avere lo stesso nome (e cognome) del tuo protagonista.
    Posso chiederti come mai hai scelto proprio il mio nome? Che mi risulta in Italia siamo gli unici “Torani”…magari ci conosciamo!!
    Fammi sapere.

    P.S. Cmq bello il racconto e, se devo essere sincero, mi ritrae anche un pò ;-)

    Commento di Matteo Torani | 11 luglio, 2010

  3. Il nome è puramente di fantasia, inventato da Vincenzo Pardini l’autore del racconto.

    Commento di pedro | 11 luglio, 2010


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